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Frammento #032
S’allargava la chiazza pallida della tovaglia scemata, ch’avea rasato 'l biancore d’un uso scordato, e lìvi, tra grinza e filatura, tremolava un sentore smagrito, non aroma ma pallore da frollatura che più non reggea cibo. Stagnava, lento, 'l rivo slabbrato d’un gocciolio di ceramica, non sgocciolante per difetto, ché la stoviglia non crepa per forma, s’assottiglia d’intimo denso che 'n più trattiene. Il muro, intonacato di livido che sapeva d’un’umidità rappresa, si fletteva in giuntura sofferta, quasi volesse reggere tutto ‘l freddo del giorno sin crollare, pur non avendo ‘l nerbo per tanto. Le seggiole s’accasciavano, torsive d’assito e d’impagliatura, non pe’ peso, ma pe’ stanchezza che loro saliva di dentro, sin somigliare riposo che mai s’ebbe. E v’era, in quella luce sghemba, come un levigato da stagione finita, che 'l vetro restituiva appena, in tremolio più da lucerna spenta che da trasparenza, quasi fosser rimasti, nell’imbuto dell’aria, gli avanzi d’un raggio che ‘n più sapeva raggiungere né tenere. Il tanfo, trapelato da stipi gonfiati e da scaffali inabissati sotto un carico d’oggetti sciolti da funzione e da nome, pareva proferire d’un tempo non vissuto, ma trascorso in retroguardia, come un’attesa densa che sin lì s’era protratta, sbiadendo. E ogni cosa, da guanciale afflosciato a infisso ingrugnato, si facea lenta, attardata, ma non quieta, e pareva guardarsi tra sé con quella storta quietudine d’un settembre che par giungere non a finire, bensì a rimpiangere il principio che mai potrà, stremato, replicarsi.