Marco Delrio

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Frammento #025

E fu in quel posizionato disagio d’uno stare di sbieco, ch’inclina l’arto sin posar l’intento, ché ‘l poggiolo scabro s’era fatto sella d’ascolto, e d’in tra ‘l palastro e ‘l battente, la giuntura di luce s’era velata ‘n filigrana di strilli pluviatici, ché ‘l gocciolìo s’era imbastardito d’una sequenza sin quota, sin cadenza, ché sciorinava in tondi rinsecchiti e rientranti; e d’oltre, nel batticapo statico d’un bricòlo da quercitume, s’accovacciava il chiattichìo d’un relogio di mutamento, che ‘l rocchetto in sé, per sghembare, non mutava più, ma ritornava, cada spira, alla medesma torsione, ché mai fu detta né scandita, ché si muffìa nella polvere dei secondi non sortiti. Sulle piastre, ‘n retrodorso, l’asilo delle scarpe s’era fatto acquitrino calcico, ché ‘l saltello d’un vano passaggio avea strinato l’aria in soffi a stantuffo; nessun varco, tuttavia, ché la maniglia stessa, inchiodata da ossido, non si piegava che ‘n gesto mentale, e ‘l gesto, se proposto, ricadea. E la fenditura a cardine, quel pertugio ch’è spiraglio in fasìa, rifrangéa l’accapo d’un supposto cheta, ché ogni suono d’esterno pareva dire: “n’esci, ché fuori ti si sfoglia ‘l tempo in condensa”; ma seduto stavo, sì, com’uno cui la sedula febbre dell’attendere s’era incistata ne’ lombi, e tutta la spina s’era fatta mezzarottame, ché l’attesa, in certo modulo di muscolo, s’impara per irrigidimento lento e linfatico. E ne’ pori del battente, che non più porta, ma crosta, s’avea conficcato un suono di gomitolo, forse un barrito strinato, forse nulla ché l’orecchio, quan a lungo si piega al senza, più non trasceglie: trattiene. E trattenni. Ma ‘l trattenere, come ‘l piovere, non decreta mai la sua fine.