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Frammento #022
S’appannava la trasudanza da scaffale, ché tra vetri lacrimati e fiati d’olio stantìo s’addensava la salacità incotta d’un’aria che non sorvola, ché ‘l soluto di que’ corpi incistati più non sfolla ma si rapprende, si placa ‘n torbescenza e si fa frutto secco d’un’essudazione rimasta, e nel diafagno scantonato d’un’ampolla strinata su la plancetta d’un canterano abrado, rimbalzava la flocsia inarcata d’una fluorescenza da revulsione, ché ‘l brillare, lìvi, non discendea per emissione ma pe’ rigetto. Una zolla di latice fuligginoso, ficcata tra stipite e scalmiera, colava l’emanazione in trame saturate, ché la saldatura atmosferica qui si tesse in strati e si fa epilìte, pellicola da innesto, screpolatura epidermica d’un tatto che più non avviene; ché il calorico medesmo, ne’ raggiri dell’ambiente, non infonde né agglutina: decanta, s’assiede, fermenta. Sul carniccio, ‘n tessile da spalliera ortopedica si facea crosta, schienata da un’assenza ‘n decubito, ché nessuna struttura anatomica più vi s’appoggiava, e il molleme si compattava in flessione statica; sotto, d’in tra i filacci a torsione elicoide, la ciotola a becco, calcificata e striata da passaggi, facea contrappeso a ogni inclinamento, pur senza baricentro animato. Di traverso, si sentiva il battimuro ligneo ch’ei mobili, quan sono veterani e sciolti, levano per sfinimento: non grattano, si fossilizzano in vibrazione compressa. Fra flaconcini a parete raggrinzita, trasudava l’agglomero d’un odore da poltiglia cottiva: ruvido, forse oleo-resinoso, forse distillato d’un bulbo sfiatato, ché l’olfatto, se smarrito da tempo, più non interpreta, suppone. E sul collarino scabro d’una fiala incrinata, s’affacciava lo stillo lattescente d’un diafanismo sin funzione, parvenza d’un qualché che volea dire nome, ma ‘n parlava: pendeva. E la semireflessione d’un vetrucolo sbavato non rifletteva piute, ché l’onda stessa ch’era parsa luce si facea margine di massa. Accadde che, tra la glossa dello spessore e la subduzione d’un sussurro ambientale, qualcosa si stornasse per flesso. Lìvi, in quel flesso, si fece il tutto, com’un tessuto di passaggi non percorsi e che mai, seccati, più torneranno liquidi.