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Frammento #019
Sfrigolava la stearina d’un moccolo assottigliato su piattello irsuto, ché la colatura, tra scrocchi e ritiri, grumava calli di fiamma a metà, e l’alone che pendea da quel guizzo giallognolo producea tremori sul muro schiuso, ché l’intonaco screziato parea filigrana d’un calco sfuggito o mappatura d’un sogno sbagliato, ché ogni rilievo facea ronzare la vista, ogni porro d’intonaco narrava a borbottii. D’un catino laccato a smalto solcato, tremava un vapore denso e tarlato, che raspava d’intorno odori di crosta rinvenuta e di carruba sbollita, ché da quel traboccamento in ciotola venia un sentore di torrefazione e ristagno, d’un risveglio in abiti lisi, ché v’era tepore ma anche graffio, e nella tazza smaltata, screpolata lungo ‘l bordo obliquo, gocciava un siero crepitante, parea caffè ma facea l’effetto d’un siero da sbornia spenta, ché ‘l primo sorso, s’imbucava senza gusto, e solo ‘l secondo spingeva ‘l battito a sfogliare, piano, la sala ancora in dormiveglia.