Marco Delrio

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Frammento #018

Scattava d’un cigolo infeltrito ‘l chiavistello, ché d’in tra l’incasso sbrecciato parea che qualche fittizio battito resistesse, e m’era già l’abito raddrizzato alla volta, come se sapessi d’un’usanza reiterata, d’un picchio consunto che non cercava più risposta, ché l’eco bastava a fingere chiusa la distanza. Nell’imbottita della porta, un ricamo sghembo, forse d’un chiodo rinsecchito, disegnava ‘l profilo di gesti più volti posati, e ‘l legno (ché tale parve all’unghia, sebbene gonfio e poroso come pane sfiatato) trasudava d’un umido denso, né ruggine né cordiale, solo ‘l ristagno d’ogni passo che si rifà. Premetti, senza varco, ché non v’era che spinta contro vuoto, e nell’intimo d’un battente che non cede, l’illusione fa casa. V’era ancora quel rintocco ininterrotto che i tubi dell’acqua invecchiata ripetono a vanvera, e da lì si fece strada un’altra voce, d’intra ‘l legno, forse mia, forse sua, ché ‘l ricoglio del gesto tornato bastava a rimettermi in soglia, lì, dove la soglia non sa più distinguere chi aspetta da chi non bussa.