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Frammento #017
Grattava la calcina d’un basamento spoglio la canalina cieca che drizzava ‘l rivo in stagnatura, ché l’umore incastrato trasudava d’ogni ciambotto una polvere lucida, che pareva limatura di specchio e rammendo di conchiglia svenata; e tra ‘l rigagnolo guasto e ‘l breccione fiacco, s’era disteso, in fessura a bassa falda, un pantano colmo d’acquetta molliccia e dinoccolata, che riteneva d’ogni passaggio la sagoma stinta, ché più s’increspava, più pareva conservare e masticare ogni abbozzo d’impronta. Là, d’in tra i molinelli che si disfavan contro un guscio inerte, si rifrangea a lampi ‘l ciuffo d’un’immagine, ché la velatura dell’acqua facea da tulle a ‘l guizzo, e d’ogni stropiccio d’occhi nasceva figura, nome, forse richiamo, ché la superficie mentiva e ridea, pur senza gorgheggio. Una bocca, un’arcata, ‘l taglio d’una ruga, ché ‘l sembiante del riflesso si spacciava familiare, e d’ogni increspo si creava un riso che non veniva mai da sopra, mai da volto, sempre dal fondo, dal torbo che si stendea a carezza obliqua, in lento sfaldamento di contorni. La ghiaia tremolava sotto ‘l piede, ché v’era del fragile nel sostrato, e l’eco d’un passo, più volte spento, parea rincorrere ‘l ciglio di cada pozza per poi morirne fianco, ché nessuna forma voleva tenersi stabile, nessun margine restava fedele; e tutt’intorno, d’ogni latere urbano, v’era sgocciolìo, stilla, tintinno sfiatato d’un pluvio, ché parean accenti, parean risposte, ma ‘l senso s’infradiciva nell’aria frolla. S’un sacchetto di spaghi stropicciati, trassinato fino lìvi da scarponi ignoti, s’era impigliato un filo di tessuto blando, non seppi se manica o bretella, ché dondolava come sussurro giate dileguato. E più che d’esser lì, la forma parea d’esser stata, ché l’ombra proiettata da quel liquame opaco tremava su se stessa come se già sapesse d’esser rifiuto e testimonianza assieme, ché d’ogni sparizione permane un riflesso, e d’ogni riflesso una bugiola.