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Frammento #016
Sgranava ‘l pelo delle briccole la marea ridotta, ché s’eran fatte gomito a sfregarsi su le costole d’un molo slabbrato, e l’acqua, priva di scorrere, rivomava pieghe di salmastro e trascuranza, che si rincantucciavan fra l’incrostazioni d’un albero mozzo, quissà vele mai tese o corde inquiete di nodi mai sciolti; nella cabina, ché un nome parea ancora spettargli benché scaduta, s’eran posati mozziconi smunti e spaghi d’avanzi, ché nessun remo s’era più fatto gesto né laccio; e dal pagliolo scrostato saliva d’unto torvo un rimuginìo di sabbie, conchiglie e alluci — ché lìvi, una calzatura d’ostessa conservava ancora l’impronta —, e tutto parea non accadere da giorni, ma d’attese, ché l’aria ristagnava come fiato di pelliccia. D’in tra le sartìe divelte e ‘l fiocco abbaruffato, la presenza retroflessa d’un fiato si fingea passo, respiro, forse nome, ché d’ogni versante l’eco non rimandava chiamata, eppure la nuca, o qualcosa ch’era suo confine, si tendesse a credere, ogni tanto, nel peso d’una veglia, ché d’un grembo sfatto pendeva il ricoglio d’una voce che non vibrava. Su ‘l fanale spento d’un lucerniere a catafascio, ondeggiava un drappo di mussola vecchia, ché parve guizzo, parve invito, ma fu solo traccia, forse sfilaccio, forse eco, ancora una maledetta eco. L’albero maestro, desueto e calloso, parea voler ruotare sin vento, ché le girelle sussurravan sin suono; e la bonaccia, che fu clima, s’era fatta coperta, ché ‘l respiro stesso parve stringersi, piegarsi, schioccarsi d’un attimo, ché nessuna fune tirava, eppure ogni nodo si stringea. Né onda, né risacca, né grido marino, ché ‘l solo suono era l’insistito silenzio d’un remo che mai mosse, ma che già seppe d’essere escluso.