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Frammento #015
Trafilettato tra i colaticci e gli sfrangiumi sbrindellati ch’aveano adornato ‘l convito e ch’ora stagnavan piegati sul selciato, ove la calce s’era fatta impasto e la latta pieghevole d’un tamburello guasto risuonava al vento co’ lamenti suo’ scordati, v’era un sentore imbalsamato di sollazzo esaurito, ché d’in tra i cerotti di coriandolerie flaccide e li sbocchi_impolverati di trombettine rinsecchite, la passeggia procedea diseguale, sfiorando i lembi d’un’allegria già disciolta. Un fogliaccio, intriso di zucchero smunto e impronte calcinate, tremolava appeso a un gancio disusato, e presso ‘l rigonfiamento d’un tombino squamato, giaceva l’orlo mastucchiato d’un bicchiere, ché ‘l vetro parea essersi fatto sabbia per smemoranza. Le ringhiere, imbarbarite da grappoli di filacci spenti, vibravano d’un cigolìo che parea volere ricordare, ma scordava ogni tempo suo. E lungo i vicoli, tra le finestre a tapparella incerta, v’era come un brusìo d’intenti rammagliati, ché ogni passo, lìvi, sembrava carezzare ciò ch’era stato e, sin alzare polvere, farsi luogo d’un passaggio quieto, di qué passi che sorridono coi resti e restano pe’ riconoscere d’essere, ancora, in mezzo.