Marco Delrio

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Frammento #014

Tra i fustagni slarvati dell’aria ferma, che parea tesa su ‘l campo come tela d’organza afflitta da ragnatura estiva, d’ogni lato prorompea ‘l crocchio d’un verde che non cresceva, ma sbriciolava, e più che fronda pareva peluria senz’ombra. Sotto ‘l frangere di certi cigli nodosi, s’era accasciata una figura a foggia di suppedaneo umano, colla schiena addossata alla corteccia rigonfia d’un sorbo spoglio e mani rade d’appigli, ove dimoravano foglietti strappati, recisi, incisi da righe schiumose, rime non dischiuse ma solo intrise d’ogni sterro mentale lasciato in disavanzo. Tra l’incavo del ginocchio e ‘l dislivello d’una zolla marcia, ristagnava un calamaio frantumato, ché l’inchiostro pareva divenuto talco e il talco s’era poi impastato a saliva rinsecchita e gusci d’afide. V’era, sparpagliato come gramigna inesausta, un ticchettare d’idee non ancora digerite, disposte a lembo, su pelli gualcite di quaderno, e ognuna sussurrava, a chi sappia udirla, ch’era stata scritta giacendo. D’in tra le radici, quissà, il piede rammemorava d’esser stato poggiato da chi, seduto, scrivea più per sgorgo che per cronica. E 'l cielo, che sopra incombea sfioccato e sfiatato, tremolava d’una luce non sua, riflesso d’un pensiero lasciato lì a morire senza parola che lo dica.