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Frammento #013
Tra ‘l rabesco d’un mantello di cartapecia inchiodato ‘l muro, quissà dono d’ospiti mai sbocciati o involucro d’usanze impolverate, la ceralacca d’un’etichetta sdrucita pendea come reliquia d’un’imposizione smarrita, e d’ogni lato parea che ‘l tempo avesse cessato ‘l suo lavacro, ché la polvere lìvi non cadea ma crescea come manto deciso, come crosta di fedeltà non chiesta. D’un rigogolo a dondolo, mancante di schienale e girello, restava solo ‘l cricchìo ch’i cardini esalavano in assenza di peso, e più in là, su un trespolo infisso nel parato rigonfio, bivaccava una mascherina di velluto slavato, cucita forse a penombra d’un vegliante, quissà da dita mai risciacquate. La penombra, lìvi, coagulava più che sfumare, e l’intermittenza dell’interruttore producea rintocchi senza suono, vibrazioni di circuiti ch’eran stati disposti per obbedienza e s’eran poi inselvatichiti, rifiutando ordini, come pelli di gufo rigettano l’aria. V’era sul tavolaccio una tazzina d’un’unghia incrinata, piena d’un torbido rassettato, forse caffè, forse unguento, forse l’ultima parola mutita. E da quel davanzale, socchiuso sul nulla d’un cortile che più non attendea sguardi, s’infiltrava un lembo d’aria, quissà portato da un alito inesausto, ché ‘l moto parea stracco, e piute sospeso che corrente, e portava seco un sentore di fune inzuppata e fagiolo ‘n ammollo, casi reminiscenza d’un pasto lassato a metà in epoche sbucciate. Nessun passo, né eco, né chiavistello che trillasse; solo ‘l ticco secco d’una gruccia che, sporgente, toccava a ogni lievità del buio un cappotto che non spettava più a nessuno.