Marco Delrio

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Frammento #012

Di mezzo ai remiggi incrostati del corrimano, piumati d’unto più che borchie d’ottone, piumati d’unto e schegge, più che borchie d’ottone, si fendeva ‘l tremolio d’un ascensoio che gemea d’ogni sua puleggia come faringe disusata, e ‘l vano, ov’albergava, s’andava rabbrividendo d’un’umidiccia che non pareva pioggia ma spiro d’organismo esanime. A mezza rampa, tra ‘l rampollo d’una presa guasta e ‘l crescere incerto di muffe marmoree, s’appollaiava una vaschetta d’orpello, riempita d’aceti secchi e reclami sbrindellati, come votiva a chi ancora pretende d’esser atteso. V’eran, tra i ramagli scoloriti del battiscopa, riccioli d’innominati, gomitoli tersi da calzari estinti, e ‘l suono, se desso si può chiamar tale, giungea come gorgheggìo muto tra valve d’intonaco disgiunto. Sulle piastrelle, quissà smangiate da passaggi che più non si compiono, si deponea quel tepore da vestibolo che non riceve, che solo ricorda il contatto di caviglie che furon; e in tale sembianza, quissà, v’era eco di sostanze ancora in cerca di nominazione. Un cavicchio, sporgente a guisa di sperone abortito, reggeva ‘l fardello d’un soprabito sformato, chiazzato da umori irriducibili, ché niuno più lo prendea in carico, né in corpo né in contegno. Tutto pareva un attardarsi su soglie già travalicate, un ritorno senza piede né scusa. Lìvi, nel torvoquiete d’una lampadina ormai vapida, pareva d’udire ogni tanto l’inizio d’un passo, o d’un motto forse, poi disfatti entrambi come pane in brodaglia. E v’era, nel dubbio d’un’attesa che s’era fatta incrostazione e poi refolo, la stessa esitazione ch’avviene prima dell’errore: quella lieve convulsione dell’istante in cui si dovrebbe andar via, e non si va.