Marco Delrio

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Frammento #011

Stipato fra la gualca e l’acciottolo smesso, giacea ‘l braciere stinto d’un salotto altrui, ove v’eran sedili di moleschine sfiatate e tendaggi che nulla più trattenean, ché l’umore vi trasudava da’ filamenti come rantolo da pleura fessa. Su d’una credenzuola incrostata, tra residui d’acquavite e tappini di guttaperca, s’aggrumava la cenere d’un lume spento, e l’aria, seppur sgombra, vi pareva farfuglio, giacché vibrava ad ogni gesto come fascia su ossatura mal rinsaldata. In quel riquadro sghembo d’appartenenza dismessa, v’eran ciabatte spaiate, rintocchi appesi e vetri giallognoli come sputi dimenticati su ‘l viso d’un quadro; e talquale v’era, in fondo, l’imposta sgrezzata ove pareva, quissà, si fosse fermi stati insieme, o separati col tatto ancora intercluso. Una lacerazione di tovaglia, ché tovaglia più non era ma crostolo, recingeva l’abisso d’un vano non frequentato, e i chiodi spuntavan dalle giunture come ricordi d’un’unghia svellente. Sul fogliaccio, o scartafaccio di battimano o logora contabilità, si posavan grafemi d’una calligrafia slavata, torti e quasi scorticati, come fiato fermo su lingua riarida. Vi si leggevano motti, refoli, voci non declamate ma appoggiate per trascuranza o disfida, e i nomi, ché v’erano, parean proferiti da bocca non loro, bocca altrove dislocata. L’equilibrio s’era sfibrato tra lo scalino e la soglia. Quel che permane d’un discorso sfinito, quando gli sguardi divagano e ‘l fiato tergiversa per esaurimento più che per dissimulazione. E tutto, pur disfatto, par creduto ancora. Ma da chi?