Marco Delrio

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Frammento #010

V’era ‘l flettersi d’uno scrocco, ch’era rimbombo o sussurro, o sfaldatura d’osso vetusto sotto la volta d’un archivolto cieco , ch’era corridoio? scaletta? , d’un vano comunque, d’un passaggio, d’un anfratto sghembo dove coesistean pulviscolo e vapore, e quel vapore, denso come scolo di buglione, gravava sopra i suppellettili lisi e i piani molli, deformando il bordo delle cose sin a renderle peritura carne d’arredo, quasi pietanza rafferma d’abitazione. Un casellario s’era lìvi accartocciato nel canto, deturpato da grumi d’umidore e crestato di bolle epidermiche d’intonaco marcio, ch’ogni nome vi si sfocava, ch’ogni targhetta pareva rantolo d’un’assegnazione errata. Qualche manata vi s’era posata, più umana che viva, più viva che tangibile, ché lasciava stillare da sé non impronta, ma sfasatura. Nessuna chiave corrispondeva, e i cardini grattavano ‘l nulla. Pure il campanello, accecato di ruggine, pareva urlasse nel premere. E un biglietto stava, fesso nella piega, fra lembo e cornice, scritto con grafia sbeccata, e il suo discorso , che fosse mandato? chiosa? commiato? , parea grondare su l’involto della carta come stilla d’un siero lasciato in vecchio bendaggio. Il motto finale, in sfocatura umettata, s’annacquava in tondo, assorbita da carta fibrosa e pigra, ché il dire stesso vi s’annienta, se troppo atteso. Nei pressi, su d’uno scannello ossuto, se ne stava un cencio: né manto né calza, quissà brano d’un grembiule o d’una cotica da focolare, ché l’odore v’era di midollo smagrito e polvere ferrosa. Nessun peso, ché l’assenza pende più d’ogni materia. E l’aria s’era fatta densa sin a ‘l ciglio, come se v’avesse pensato , ma smesso , qualcuno. All’intorno, tra pieghe e spiragli: in ogni fugiglio, la le rimembranze vi rimbombava spaiata, come fonema smarrito tra ossa disarticolate, come nome mai udito interamente. Nessuna spiegazione. Nessun rendiconto. Solo quel tremore tra le fughe, che parea desiderio.