Marco Delrio

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Frammento #009

L’asse del tavolato s’era scheggiata (quissà banco, forse sgabello smembrato d’educazione dismessa), gratticchiata d’un solco involuto, scarniglio inciso d’un fregio smozzicato, spiraglio d’un pensiero mosso a deriva, graffio d’un polpastrello d’altri anni. Nessun disegno, ché ‘l tratto non volle figura, né lesse voci: solo un vagolare, raspa cieca, rigo d’abbandono. Stagnavano lì, ammassati co’ crismi d’una digestione fallace, i resti d’un’ora incagliata: chiarofuschi di finestra filtrati da velatura smunta, e sul legno spellato, croste d’albume rappreso, sbaffi d’un unto vischioso, forse trattenuto da stoviglia disfatta, forse trasudato da fronda intaccata. Nessuno nettava e più nessuno vi si adatta. Né saponanza, né gesto. Un linteo cerato (residuo quissà d’un desco collegiale o d’un prandio sfatto) si giacea raggomitolato tra ferraglia, rosetta d’ottone e vasellame screziato; e tra le sue pieghe, l’alone d’un pisticchio o d’un’erba amara masticata, parea gemere senz’ugola. Vi stagna su tutto quell’alito d’una colpa mai confessata, tregua rifiutata ancor prima d’esser detta. La seggia, ch’or più requie non dona, gemea d’uno scrocchio irreggibile. Forse palanchino disfatto, forse tramatura svanita, certo un connubio sfrangiato, filagna d’avambracci dismessi, di gomiti sfiniti, d’occhi ch’affondaro nel tavolame. Ogni presenza s’era da tempo disgiunta, ché ‘l dimorare qui si sfibra. Su ‘l fondaccio d’un bicchiere sbreccato, l’ombra d’un cerchio spanduto di bruma stagnava come reliquia d’onta. L’umore, trapelato dal recipiente crettato, gorgogliava la sua sterilità. E sotto tutto, tra screpolatura e sporco, v’era forse una parola: o parte d’essa, o eco d’un lemma sperduto.