Marco Delrio

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Frammento #008

S’era la tapina finestra invischiata d’un fiato di saburra e trame sopite, vetro malmenato da muffe e crespe rugiade, ch’al tatto sudava torba di magagna e zaffo. Tra le fenditure della cornice, sfioccata da tarli e liccature d’aria, s’annidava un sentore di tempo disfatto, qual restare in affanno, sgraziato e senza finezza. Né lume, né tenebra. Né varco, né sosta. Solo quella smunta screpolatura d’ore rimaste appese, come panni d’un bucato mai più raccolto. Un lembo (o frasca, o spoglia d’abito che fu) stava ingobbito sopra l’appoggio d’un seggiolone cascante, piega su piega come sonno disfatto, non dormito ma svenato, ché ‘l riposo qui è contraffatto, ricamo d’un’inerzia che non giova. Nissun lamento dagli stipiti, ché ‘l vento, se c’era, ora taceva da lontano, imboschito. Nel vano d’uscio, tra le fogliuzze sfiatate d’un singonio disseccato, tremolava ‘l sospetto d’un’orma schivata, riflesso che s’appanna nel pensarlo. Là, tra uno spiraglio e ‘l bordo dell’ombrello appeso, s’era forse sentito un trillo a mezza gola, il battere d’una suola leggera, o solo ‘l battimuro del nulla che si crede visita. Un filacciolo d’aroma, guasto e cerato, simile a ‘l sentore d’un unguento ceruso, da ritiro oculato, si spandea dallo stipite: miscuglio stinto di medicatura e muffa, ché non v’era più intento, né cura, né rimembranza. Più simile a ‘l tanfo d’un armadio sfollato che ‘l ricordo d’un abbraccio. Tra i commessurati listoni del pavimento, ‘l solco parea di tallone o d’ansia, ma fu svista: ché ‘l passaggio vero non lascia impronta, ma un dislivello d’aria. Nessun calco, nessun passo. Solo lo scarto del legno che ancora aspetta invano. E in traquadro sfuggente (d’un tremulo che né sovrasta, né s’infossa, ma s’incunea tra le pieghe del vibrare disfatto) un sentore di rinuncia ossidata, una ritirata della forma, una resa muta del gesto. Lì ove ‘l guardo vorrebbe mirare, nulla ch’accenni. Nulla ch’attenda. Nulla che più consenta d’esser detto.