Marco Delrio

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Frammento #007

Strinava l’aria d’un lucore denso, come stracci vetrosi ‘nfiltrati tra tela e telaio, e ‘l davanzale, spelacchiato d’ozî e ventosità sedimentate, compiva la sua veglia impiastricciando ‘l giorno di vapori giacenti. Vi sedea la mia nuca, fiaccata e non retta, ‘ncorniciata da panni penduli che più non sapean d’uso, e ‘l quadrello cedea, per solo rispetto, alla mia stanca ortografia. Fuori, ché “fuori” è parola molle, transumavan figure, greggi d’urbani disfatti che mai si compongono in passo, e tra ‘l fugato e lo smargio m’incapricciava d’innestarvi l’antico tuo sguardo, ch’era taglio e lume, e che pur ora si nega, si spalma, si distende in tutti e in nessuno. Ogni croscia, ogni interseco, partoriva visaggi non richiesti: e in ciascuno, nella storta d’un profilo o nel riflesso obliquo d’un vetro fesso, io vi stampava una glabella, un iride, un ciglione, scoria d’un vedere che già t’ebbe e più non regge, ché ‘l vero tuo già s’era distillato in spolvero, e quel che restava parea pittamento da soglia marcia. Il vetro, quel falso diaframma tra dentro e disdetto, friniva d’umori scordati. E dentro, dentro me, ogni pittura s’affogava prima d’esser volto, ché ‘l volto, per mostrarsi, esige attinenza, e ‘l mio v’era spento da vólte. Fu così che, senz’adito, rivenne la tua assenza. Non come dolore, né come vuoto, ma come pigmento che trascolora ogni altro. E io, sporgendomi con mente floscia e bracciolo tremante, continuai a dipingerti su corpi che non ti chiesero mai.