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Frammento #006
V’era un sentore di stoppa umida, in quella soglia ove la mane s’alza sì tesa da parer segnata, più che sorta. E su ‘l rigagno smorto che ne costeggiava ‘l margine — lasso di fogna e lusinga — parean svaporare le carte d’un carnevale disfatto: anime diafane, sì, ma non in spirto, più in colla. Non so s’ei cantasse, ‘l silenzio: ma ‘l quieto stesso pareva tralignare in un fischio d’orlo, in quel chetume sgusciato ch’al mattino non resta fermo, ma scricchiola. Una ‘nsegna era crollata da poco, e il suono suo d’abbattuta spirava ancora nella grondaia come ruggine che sogna d’esser pianto. E quivi, colla mantiglia infradiciata e lo sguardo che ‘ncocchia e poi si scorda, m’arrestai. Non per sentire — ché più non s’ascolta da tempo — ma per fingere che le braci smorte dicessero d’essere state ardore. S’ode più fuoco nei resti che nel fiammeggio. E vo’ a mente che già una volta, sotto simile opaca, tentai il divenire con più schianto che speranza — ma ‘l divenire, per chi già si disfà, non è che ‘l riconoscere l’ora in cui si volle più intero.