Marco Delrio

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Frammento #004

V’era una tovaglia ch’afferrava il giorno solo per sbiego, com’una rete messa a stento, che non regge ‘l pesce ma trattiene l’odore. Non sedetti — né cred’io v’era seduta — ché ‘l legno cigolava d’un cigolio più da rimprovero che da legname. Mi ritenni, sì, ma non per volontà: fu lo sghembo dell’aria, o l’eco d’un sorso non bevuto, che m’indusse a star com’ero. Sul ripiano, tra due mestoli consunti, v’era un nocciòlo incrostato: rammemoranza d’un frutto che forse sognai, ché la polpa non v’era, né mai v’era stata. Lo scuro non incombea, ma tampinava: un brunir d’angolo, uno stento da serranda lasciata calare con colpa. E pur in quel tremìo m’avvidi d’un cheto, che non veniva da fuori né da dentro, ma da ‘l piegarsi stesso dell’attimo. V’era ‘l gesto, già spoglio, del prendere a sé — non cosa, ma postura. E fu lì, senz’accorgermi, ch’io iniziai davvero: non per virtù, ma per sfinita coerenza. Parmi d’aver da sempre stretto quel ch’or serro, pur sin mai averlo sfiorato: come si tiene il fiato prima d’una risposta che non verrà, ché ‘l domandare stesso fu dimenticanza, non dubbio. E così restai, come si resta quando non si sa più se s’attende o s’è solo già parte del tavolo.