Marco Delrio

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Frammento #003

Non la piegai — ‘l gesto mi scivolò. Stette lì la tela, rigonfia, com’una salma che non chiede rito. Né stiro, né riguardo: solo restava, e pareva più stanco d’essere cosa che d’esser vista. Ogni lembo sfiatava ‘n suono d’andito, com’un ricoglio d’armadio lasciato mezzo, e ‘l bracciolo, sotto, la sorreggea non per sostegno, ma per inerzia d’angolo. Giacea intorno quell’assenza ch’è più peso di pieno, com’un vuoto vissuto troppo spesso: non d’oggi, ma d’un sempre sfiancato. Non si sentian stoviglie né scalpiccii, ma ‘l crepitìo muto che fa la cera quando ha memoria d’un lume. L’aria, spessa come vapore senza fonte, s’appendea ai vetri ch’eran più paruta che trasparenza. E lì, nel mezzo, non io: ma ciò che resta d’un io che più non domanda.S’udiva un ciglio d’anta, non per vento, ma per stento d’architrave, e ogni fibra della casa, ogni giuntura, sembrava sapere che nulla v’è da tenere. Lo capii non pensando: lo capii come si sa d’un odore, sin averlo detto. E in quell’imposta, in quella maglia lassa, in quella tasca che non trovò bottone, v’era già scritto tutto.Non v’era più l’urlo — né l’eco. Solo quell’oscura benedizione ch’è l’essere lasciato da ogni senso, e dunque tenerlo. E sì, che parve sensato: sensato non per ragione, ma per stento — ché a volte, ‘l nulla, s’incastra a mo’ di chiave in ciò ch’era porta, e tu, sin voltare, già sei fuori.