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Frammento #002
Non fu frastuono, né alba: ma una sorta d’ustione spenta, che colava tra le fughe delle mattonelle come farina morta. Dicesi risveglio, eppur non vi fu sollevar di palpebra, né ruotìo d’articolazione: soltanto quel fremito in zona d’ascella, come quando il corpo già sa che si dovrà piegare — non per moto, ma per scampata torsione. A riva del letto, ché ‘l centro non più m’ospitava, trovai ‘l fianco umido: non di sudore, ma di memoria traspirata. Sotto, la fodera aveva impresso ‘n’orma storta, com’uno che fu lì non dritto, ma sfondato — ch’ebbe il sonno non da sognante, ma da pietra assente. E la guaina, chè l’avevo chiamata così da mesi, non pareva coperta: pareva ‘n mantello maledetto, o peggio, ‘n’epidermide cucita da mani non mie. Non fui desto, ma fui levato: ché certe ore non consentono volontà, solo disfarsi d’un giaciglio per cedere all’orlo dell’agire. Camminai — se così si può dir d’un trascinarsi che non cerca né passo né meta — fin quasi l’infisso. Vi sostai, ma non v’era veduta: solo rigagnolo d’appannìa che scrostava vetro e desiderio. E sul bordo, un colombo a metà fra l’ala e lo spiro. Credetti, o finsi, che fosse ancora il giorno di mutar veste. Mi levai ‘l panno consunto, che più che tela era stanchevolezza stirata, e porsi mano a ‘na casacca diversa solo di nome: ché la stoffa era la stessa, l’odore medesimo, il nodo al collo già fatto e disfatto da ieri o prima. Non vestii: solo permutai la nudità. Fu lì, com’uno scarto del sangue — che rallenta, ma non si placa — che sentii l’ombra del cangiar. Non mutamento, né rinascita. Solo quel lembo che s’appoggia sul ciglio della consuetudine e l’inarca: ché ‘l novizio non nasce, ma si torce da ‘l vecchio, e gronda ancora cenere d’uso. Pensai, se pensai, ch’ogni mattino è ‘na replica che ha scordato il copione: un impeto che si crede primo solo perché la polvere ha coperto i versi. Ma ‘l fato — se v’è nome — cavalca destriero stanco: ei non giunge, ei si rifà. E ‘l mondo? Forse s’adagia anch’esso, sinistro, lungo ‘l nostro medesimo stento — non perché sia stanco, ma perché c’ha scordato. E nel nostro girar la manica o raschiar la tazza, egli s’osserva e si domanda se sia tempo di cedere, o solo d’inasprir la posa.