Fiaba Banale
Strade di carta e canzoni di niente
Scritte di fretta e con le luci spente;
Le mie frasi già rotte che nessuno sente
Nella nebbia e la notte d’una nera Firenze,
Nella fragile folla di sguardi sperduti,
Le farfalle nel ventre, strani saluti
E noi due seduti su divieti inventati,
Noi che, bendati, disegniamo spartiti.
Stanca e distratta, al balcone, la gente
Sibila un mantra d’invidia furente
Ma urla più forte la quiete dell’alba
E mi spingi, con forza, la schiena alla porta
E sfidiamo la sorte, il fiato si accorcia
E mi accorgo che, forse, nemmeno m’importa
Se il giorno, ora, nasce per l’ultima volta
O se finisco disperso sul tuo volto di pesca.
Così instabile e fresca, una storia diversa,
Sì fiabesca e banale, a tant’altre altrettale,
Di tristezza autunnale, feroce e frugale,
Che non riesce a durare, per natura fugace;
Così, forse, sbagliando, la osservo che muore
Tra strofe in minore e grovigli di corde
E tu che sprechi le ore, io che spreco parole
Bestemmiando, al bancone, alle frecce nel cuore
E il bicchiere si rompe per farmi un piacere
Ma ritorno a pensare alle tue labbra aggrucciate
E il locale si riempie di vecchie chimere,
Di grammatiche finte, menzogne e cazzate;
Così, forse, nel pianto, imparo a sbagliare
Tra prose agroamare ed un’altra canzone
E tu che perdi la voglia, io che perdo parole
Ricordando a fatica la nostra breve stagione.